Archive for the 'trieste' Category

Chi ti becco su google maps?

Incuriosito dal restyle di questi giorni di google, scopro che in “street view”  è stata inserita la ricostruzione fotografica digitale della zona in cui vivo. E chi ti becco in paziente attesa del verde semaforico pedonale?

the zaku's family

the zaku's family

Se qualcuno ne avesse bisogno…

Oggi, passeggiando per la città, mi è capitato di dare uno sguardo ad una vetrina di un robivecchi. Bhe, se qualcuno avesse bisogno di una sedia chiodata:

La trovate dal robivecchi di via Udine a Trieste. Qualche faccia da culo potrebbe trovarla comoda.

Tensione al banchetto della lega

Trieste aprile 2011 – banchetto della lega per le elezioni amministrative in campo san giacomo a trieste Fedriga, nelle mire di un signore visibilmente alterato, viene difeso dalla guardia padana.

Rumiz, Annibale e le occupazioni

Aggiornato dopo la pubblicazione

Paolo Rumiz: “Nell’Italia cialtrona delle veline ci sono ragazzi che discutono di Annibale e metodi didattici”

Ero curioso di vedere che faccia avessero i ”sovversivi” che occupano il liceo Petrarca di Trieste contro i tagli della riforma Gelmini, l’ennesima che smantella la scuola pubblica italiana. Così, l’altro pomeriggio, al volo, ho accettato di tenere una lezione nella sede presidiata. Non era solo una vaga solidarietà per chi spera ancora che le cose cambino nella terra del Bunga Bunga. Era soprattutto curiosità generazionale. Volevo conoscerli, leggerli negli occhi.
Così mi sono inventato una lezione su Annibale, il mio eroe, ho messo nello zaino un po’ di Polibio e Tito Livio, un volumazzo di Arnold Toynbee e persino un libro sugli esperimenti di Archimede (morto nell’assedio di Siracusa, schieratasi con i cartaginesi) e mi sono presentato ai cancelli della scuola per essere ammesso alla palestra, lo spazio deputato delle assemblee e degli incontri. L’invito era nato così velocemente che non c’era stato il tempo per un annuncio o un semplice passa-parola. Arrivavo quasi di sorpresa.
Nonostante questo s’è raccolta all’istante una platea di un centinaio di ragazzi che si sono ordinatamente seduti per terra ad ascoltare. Intorno c’era pulizia, solo qualche segno di bivacco. Insomma, tutto in ordine. Ho spiegato chi ero, poi mi sono arrampicato sulle Alpi assieme agli elefanti del condottiero africano che seminò il terrore a Roma. E qui, posso dirvelo, è stato magnifico. Loro si sono stretti attorno come in un cenacolo greco e man mano che la storia si articolava vedevo accendersi un’attenzione che mai avrei sperato di incontrare.
Da vecchio pessimista e brontolone, ero venuto senza fiducia. E invece ora guardavo i loro occhi attenti, talvolta commossi, e mi sorprendevo a pensare: ma come fanno a essere così belli nonostante noi, nonostante una classe politica che dà loro l’unica libertà di un infinito consumo e di un interminabile happy hour? Come facevano a essere così vivi nonostante la nostra televisione e i modelli che essa propone, l’Italia cialtrona delle veline? Ci pensavo così forte che a volte il pensiero interferiva col racconto annibalico e mi imponeva una piccola sosta per raccogliere nuovamente le idee.
Che fanno gli altri vecchi brontoloni come me? Non amo la parola ”intellettuali”, ma non so come definire altrimenti le persone che vorrei si togliessero i panni curiali per tenere una lezione ai ragazzi della protesta, una lezione seria su un grande tema della nostra storia e cultura. Glielo dobbiamo. L’altra sera raccontavo lo schieramento delle legioni alla battaglia di Canne, evocavo il senso anche olfattivo di un campo di morte con settantamila cadaveri, ma pensavo anche all’abbandono in cui la mia generazione lascia i giovani da un ventennio.
Parlavo della marcia pazzesca del console Nerone che in pochi giorni portò le sue legioni dalla Puglia alle Marche per affrontare Asdrubale sul Metauro, e intanto rammentavo che, alla loro età, i miei coetanei – me compreso – in caso di occupazione sarebbero stati meno governabili, magari capaci di trasformare i loro licei in un’orgia di vaniloquio e talvolta in un porcaio. Dicevo del veleno preso da Annibale alla fine della sua vita e nel frattempo pensavo che quei ragazzi erano meglio di come vengono dipinti sui nostri giornali.
Ecco. Non vorrei restare il solo ad aver fatto lezione. Chiedo che altri si presentino ai cancelli di questi ragazzi. Sarebbe un segno di civiltà aiutarli e ascoltarli. Farli sentire meno soli. Prenderli sul serio. Uscire dalla logica poliziesca del muro-contro-muro. Specie in una città dove la cultura è scesa a livelli mai visti, una città nella quale persino la musica libera viene criminalizzata, dove la politica che conta è capace di disertare un concerto di Muti ma non di impedire il barbaro ”bum bum” di notte fonda che tanto piace agli esimi amministratori.
A fine storia mi sono fermato a parlare con loro. «Dica che non siamo fannulloni» mi hanno chiesto. «Scriva che lavoriamo, che organizziamo corsi di teatro, dica che domani iniziamo a discutere punto per punto la riforma Gelmini». Un’altra voce: «I genitori ci dicono che l’occupazione non serve a niente, e non nego che abbiano ragione. Ma dopo due anni di presa in giro, due anni senza ascolto, che altra arma ci rimane per far sentire la nostra contrarietà a questi tagli?». E ancora: «Loro si preoccupano del costo della scuola, noi ci preoccupiamo del costo dell’ignoranza». Frasi come rasoiate.
Una giovane bruna dallo sguardo calmo ricordava che un anno fa era stata presentata in consiglio regionale una legge fatta dagli studenti, ma tutto è finito nelle paludi dell’oblio. «Ci dicono che non sappiamo di cosa stiamo parlando, invece lo sappiamo benissimo», spiegava una compagna; «Domani iniziamo a discutere sui metodi didattici adottati all’estero e sul rapporto tra la riforma italiana e le direttive europee». Imparavo da loro, non credevo alle mie orecchie. Poveri ragazzi, truffati, come noi tutti, dopo anni di tasse pagate inutilmente.
Che futuro avranno questi giovani in un paese che taglia le spese su tutto, blocca le supplenze e le gite scolastiche, non ha soldi nemmeno per le fotocopie e la carta igienica, e mette la scuola nella condizione di dover pitoccare contributi obbligatori alle famiglie? Che ripresa economica può esserci senza investimento sulla scuola, la cultura e la ricerca? Cosa resterà della ”Res publica” quando sarà venduto anche l’ultimo soprammobile? Nelle tasche di chi sono finiti i soldi destinati ai nostri figli e nipoti? Ma soprattutto: dov’è finita la nostra capacità di indignarci?
(12 novembre 2010)

fonte

testimonianza del professor Gasparo (segnalato da Ceghe)

discussione su adunanza.net

Per un momento ghe go sperà…

 

monte grisa: formaggino e tromba d'aqria

la tromba d'aria e il formaggino (ricostruzione)

 

Sopra una delle colline più alte che sovrastano il golfo di Trieste, c’è una delle costruzioni più orrende che mai si siano viste sulla faccia della terra. E’ una chiesa, o meglio, quello che viene definito il “tempio mariano” di Monte Grisa. Venne fatto edificare dal vescovo della città nel dopoguerra per onorare una promessa fatta al suo dio: se Trieste non fosse stata (ancora) bombardata, avrebbe costruito un tempio in onore della madonna. Per fortuna il bombardamento non ci fu; sfortunatamente assegnarono l’incarico ad un tal ingegner Pagnini che pensò bene di ricoprire la sommità del monte con una colatona di cemento armato a forma di formaggino mozzicato.

Negli anni l’opera perse gran parte della copertura e svariati pezzi a causa della bora a cui evidentemente, come alla maggior parte dei triestini, la costruzione provoca acidità di stomaco ed “insane” voglie iconoclaste.

Ieri mattina, fermo ad un semaforo delle rive, mi accorgo che sopra la chiesa una nube stava prendendo una forma ad imbuto: si allungava e scendeva fino a toccare terra proprio nei pressi del manufatto. Così ho cominciato a sperare di veder volar via quell’orrore come la casa di dorothy del mago di Oz. Già immaginavo i titoli dei giornali ed i brindisi per celebrare la scomparsa di una delle tante, troppe, brutture architettoniche della mia città che, in questi ultimi anni, sono andate aumentando: il porta cd luminoso ed il muro del pianto in piazza Goldoni, la pista di atterraggio per ufo in piazza Unità d’Italia, la spianata di Piazza Vittorio Veneto, Piazza “cuboni” Venezia.

La speranza è durata pochi secondi: il tempo che scattasse il verde semaforico e ricevessi la strombazzata dalla macchina di quello dietro, che la nube stava già risalendo.

No ste zogar col fogo, fioi

Liburnia (non ho trovato un immagine dell Canovelle)

“Antica” tradizione di noi giovani (sì sì…avete letto bene, giovani 😛 ) debosciati triestini è quella di festeggiare, a volte, compleanni ed avvenimenti vari sulle spiagge frastagliate del lungomare triestino.

Il copione prevede, in attesa dell’alba, svariate casse di birra e/o alcolici vari, cibarie, chitarra, asciugamani, dormiben, sostanze ludico/spiritose bagno nudi e, naturalmente, un fuoco dalle cui lingue di fiamma farsi rapire nei momenti di stanca della socializzazione.

Questo stava accadendo il sabato appena trascorso; e mentre si era intenti a festeggiare il 25° compleanno di un amica, dal buio, sono comparse ad una cinquantina di metri dalla spiaggia le note luci lampeggianti blu che, di solito, siamo abituati ad incrociare per strada. Era la guardia costiera la quale, dopo avere puntato un fascio di luce alternativamente sulle tre feste in corso su quel tratto di costa, con il suo natante si è esibita in una danza acquatica che l’ha portata ad una ventina di metri dalla spiaggia. A quel punto, dal megafono, una voce ha intimato in tre lingue di spegnere i fuochi.

Stupiti dal fatto che non ci avessero sguinzagliato direttamente i temibili uomini rana, abbiamo spento il fuoco, per poi riaccenderlo non appena si fossero allontanati assieme al secondo natante lampeggiante che si era intanto andato ad aggiungere; Per un momento abbiamo temuto uno sbarco in forze ma, per fortuna, il capitano della seconda imbarcazione deve aver ritenuto quantomeno inutile (o forse ridicolo) spingersi anch’egli sotto costa.

In tanti anni che partecipo a feste del genere, non mi era mai capitato di assistere a nulla di simile. La spiaggia triestina è aspra e sassosa ed il rischio di incendi è praticamente nullo. Certo, potremmo disquisire su sicurezza e legalità, tanto per cambiare. Ma ripensare a questo episodio, unito al fatto che sulla strada del ritorno abbiamo incrociato un blocco della polizia, uno dei carabinieri ed uno della guardia di finanza (in circa 10 chilometri di viaggio), non so perchè, mi fa scorrere un brivido freddo lungo la spina dorsale.


enea papà

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