Archivio per giugno 2009

Avete voluto la bicicletta?

monociclo a motore

monociclo a motore

Villa Carsia, nel cuore dell’altipiano triestino:
C’è un gruppo di operatori che, ardimentosi nel cuore e nello spirito, dimenticati da tutto e da tutti,  affrontano ogni giorno, one’o’one, utenti psichiatrici piuttosto impegnativi.

Succede allora che qualcuno (del servizio) si rende conto, dopo pronta segnalazione (degli operatori) che uno di loro (utenti), potrebbe usare una bici.

Succede che gliela portano, all’utente, fiammeggiante, 200 marce, leggerissima, con luci e stop, freno a disco e campanellino che fa “dling” ma anche “dlong”.

Succede che anche l’operatore, che dovrebbe accompagnare in queste entusiasmanti sgroppate carsoline l’utente, abbia bisogno di una bici.

Succede che gliela portano: senza freni, ruote bucate, catena ruggine.

E’ un po’ la metafora del nostro lavoro…

Hai voluto la bici operatore??? Riparatela!!!

Uno!

unoCompie oggi un anno “zaku”; molte cose sono cambiate da allora, ma non la voglia di esprimere e condividere attraverso questo strumento sentimenti, emozioni e conoscenze.

Grazie a tutti gli internauti che hanno voluto visitarlo.

Per festeggiarlo apro una nuova pagina con foto scelte dei miei innumerevoli viaggi, cominciando dall’ultimo.

I nazisti dell’illinois

Giro Giro Rondo (di Stefano Benni)

Un po’ per chiudere gli occhi su altri disastri, un po’ perché la paura è l’unico collante politico del paese, in Italia è nato un irrefrenabile bisogno di volontari dell’ordine.
È un’esigenza comprensibile e brillante ma non deve essere privilegio di pochi. Nel senso che chiunque provi paura nel confronto di altre comunità, gruppi etnici, civiltà aliene, dirimpettai e condomini ostili, ha il diritto di formare la sua ronda, che chiameremo Rog, ronda governativa.
Personalmente, però, io ho paura di questo leader paranoico, depresso e aggressivo, e di coloro che sono contagiati dalla sua paranoia e aggressività.
Vivendo in stato di emergenza, non mi chiedo se siano la maggioranza o la minoranza dei suoi elettori, come nessuno si chiede più se i delinquenti siano la maggioranza dei romeni, dei meridionali o dei fruttivendoli pakistani.
Con un gruppo di amici istituirò quindi da stasera le Rab, ronde antiberlusconi, che passeggeranno per la città impendendo ai silviodipendenti di ripetere i reati del loro capo, anche per proteggerli da se stessi, non godendo essi di immunità parlamentare, prescrizioni o leggi ad personam.
Ovviamente prevedo che la creazione delle Rab non piacerà al paranoico e ai suoi fedeli, che vedranno nella Rab la continuazione dello stalinismo, della lotta armata, delle guardie rosse, dei marxisti-eutanasisti e di altri pericoli per la democrazia. Sarà per loro naturale e legale creare le Rarab, ronde anti-ronde-rab, che pattuglieranno il territorio impedendo alle Rab di compiere eccessi contro i poveri berlusconiani, singoli o uniti in Rog.
A questo punto nel Pd non potranno stare con le mani in mano. Essi avranno paura sia della possibile squadrismo delle Rog e delle Rarab che dell’estremismo infantile e vetero-populista delle Rab. Essendo in crisi e avendo bisogno di recuperare la fiducia dei cittadini, essi formeranno una capillare rete di Res, ronde equidistanti e solidali, che dovranno impedire gli eccessi delle Rog, delle Rab e delle Rarab.
Ma la Lega non si fiderà certo di una situazione in cui le Rog e le Rarab fronteggiano in pari numero le Rab e le Res. Dovrà quindi mobilitare i suoi iscritti formando le Rov, ronde verdi, le Rap, ronde padane e le Rair, ronde anti inciucio tra ronde avversarie. Solo la Lega, infatti può garantire una vera ronda genuina e non centralista.
Ma le Rov e le Rap rischiano di dare un immagine troppo rozza del paese, magari esibendo ineleganti randelli e minacciose uniformi. Quindi ecco Casini formare le Rnap, Ronde Nervi a Posto, formate da cittadini eleganti e pronti all’evangelizzazione e alla catechesi più che alle legnate. E sicuramente uomini di grande sensibilità estetica e sociale come Valentino e Armani creeranno le Rav, ronde anti volgarità, formate da modelli e modelle che sfileranno in ondeggianti terzetti, esportando lo stile della moda italiana e non solo torvo militarismo.
A questo punto la rondizzazione dilagherà, ed ecco spuntare le Raf, ronde antifarabutti di Mastella, che passeggeranno zig-zagando sulle strade da destra e sinistra, e le Rarf di Brunetta, ronde anti-ronde-fannullone, che dovranno vigilare che le ronde succitate passeggino veramente giorno e notte e non stiano in casa a oziare
Abbiamo già davanti agli occhi un paese dove metà della popolazione è formata da semplici cittadini e l’altra metà da ronde che controllano i cittadini, le altre ronde e le ronde controllanti cittadini e ronde.
Su questo lo zoccolo duro della sinistra non dovrebbe latitare. Mi auguro quindi che nascano le Rml, ronde marcianti-leniniste, le Rsc, ronde sinistra critica, le Rrc, ronde rifondazione comunista e le Rclrc, ronde di controllo della linea politica delle ronde comuniste. Mi auguro un fertile fiorire di ronde rosse, anche perché dall’altra parte avremo le Rst, ronde storaciane, le ronde segrete Rp2, (che passeggeranno solo nelle catacombe) e ovviamente le Rah, ronde amici di Hitler, evento per cui l’Italia è già matura.
Meno pericolose ma necessarie le Rpc, ronde proprietari cani che dovranno unire i loro cani in triplice muta, per difenderli dai rottweiler delle ronde, e le fondamentali Rrr, ronde regola-ronde, atte a dirigere il traffico intensissimo delle ronde, gli orari di passeggio e soprattutto eventuali diverbi per precedenze, stazionamenti e transito delle migliaia di rondisti rondanti.
Su tutto questo dovranno ovviamente vigilare le Rcvr, cioè le ronde della commissione vigilanza sulla ronde, che dovranno constatare le par condicio del passeggio, e soprattutto le Rair, ronde per l’adempimento imposte sulle ronde, le quali ronde dovranno avere tutte regolare licenza, nonché pagare una tassa sul pattugliamento e forse un tributo, detto baton-tax di cinquanta euro a manganellata (ma su questo la maggioranza è divisa ).
Alla fine di questo necessario processo di democratizzazione, calcoliamo che in ogni città passeggerà, in formazione di ronda, picchetto o drappello, il novanta per cento della popolazione italiana maschia adulta, più diverse ronde femminili e ronde di bambini divise in ronde juniores, allievi e pulcini.
Sarà quindi raro, anzi pericoloso e sospetto, vedere gente che cammina da sola, coppiette che si baciano, vecchi pensionati isolati, gruppi di giapponesi non divisi per tre. Senza contare che i camorristi e mafiosi più astuti adotteranno subito lo stile ronda, formando eleganti manipoli e distribuendo avvertimenti, sorrisi e droga.
Ci aspetta quindi un destino inevitabile: o ci rondiamo, o non usciamo più di casa.
Ma esiste ancora, spero, una minoranza di persone convinte che l’Italia sia un paese pieno di malessere, ma non (come i suoi leader sognano) una sceneggiatura western, o il luna-park di Rambo o un talk-show .
Cittadini che si chiedono, ad esempio, perché stanno pagando le tasse per la polizia e i carabinieri. E soprattutto credono ancora che si possa passeggiare per strada e vivere senza militarizzarsi, aiutando chi è in difficoltà e prendendo posizione contro i pettoruti e i prepotenti.
Ahimè costoro sono sempre meno e per loro è pronta la Rar, ronda arruolatori nelle ronde.

Se questi cittadini e lettori sono davvero interessati a vivere senza considerare ognuno un nemico, sono pregati di mettersi in contatto con la sede della Rqsr, ronda di quelli senza ronda, che li unirà in triplici drappelli . Le spese di manutenzione delle armi e il lavaggio della divisa sono a carico del contribuente.

Pubblicato sul manifesto del 24 febbraio.

Cocài

BIRDS_IS_COMINGAll’alba io e la mia compagna arriviamo a Trieste dal nostro viaggio in Sicilia. Ci accolgono i nostri 4 gatti, nutriti dal parentado nei giorni di assenza.

Abitudine dei due maschi è quella di appollaiarsi all’esterno della finestra del soggiorno, al quarto piano di una strada triestina piuttosto trafficata.

Sono le cinque , non c’è traffico e  l’aria del mattino è limpida e tersa.

Scorgo un pallido scorcio di cielo azzurro, spruzzato da acquerelli color vermiglio, al di là e sopra il tetto del palazzone di fronte: il tutto fa presagire l’arrivo di una giornata calda e placida di un mercoledì di giugno inoltrato.

Ad un tratto, attraverso i vetri delle finestre, noto che sul cornicione adiacente si staglia la sagoma elegante di un grosso gabbiano.

E’ un attimo:

stende le enormi ali offrendole alla corrente; si tuffa e percorre la ventina di metri che separano il bordo da cui si è lanciato, dalla finestra di casa con i mici che, solo quando arriva a pochi metri da loro, si accorgono della presenza.

Il gabbiano si produce in una cabrata stretta e precisa, scomparendo sulla destra. Uno dei gatti, atterrito, rientra. L’altro segue con lo sguardo la traiettoria del bestione alato. E’ un attimo ed il fulmine bianco, ripassa dopo aver compiuto un’altra stretta spirale, a meno di mezzo metro dal secondo gatto. Che rientra con la coda tra le gambe.

Il tipo vira e si appollaia nuovamente dove è partito. Appena uno dei gatti mette di nuovo fuori timidamente il naso, riparte.

A questo punto, mi faccio vedere. Lui frena (letteralmente) nell’aria a pochi metri da me e scompare nel cielo.

Chiudo le finestre e vado a dormire. Dopo la pigra sveglia si esce per bighellonare per la città. Al rientro, nel tardo pomeriggio, apro la finestra del soggiorno.

E lui, è di nuovo lì.

Erice e le città fantasma

Erice - veduta

Erice - veduta

Alle spalle della vivace città di Trapani, si erge una collina rocciosa che raggiunge e supera quota 700m. La stretta strada che sale ripida per una dozzina di chilometri, mette a dura prova il motore dell’opel corsa nera dal tetto bruciacchiato che abbiamo in dotazione. Probabilmente i 160 mila chilometri che leggiamo sul contachilometri, si fanno sentire; ma proprio quando la lancetta del termostato sta per toccare la “zona rossa” del quadrante, arriviamo alle porte di Erice.

Il borgo medioevale (ma già abitato nell’antichità) giace placido su questa aspra collina. In questi giorni di fine maggio il turismo è praticamente assente, e bighellonare a piedi scalzi per le irte viuzze lastricate ora con  acciottolato irregolare ricavato da pietre arrotondate ora da lunghe pietre piatte e ciottoli, è qualche cosa di speciale.

Saliamo così, un po’ alla cieca, osservando divertiti le vivaci targhette in porcellana decorata  che si trovano su ogni portone, compreso quello della stazione dei carabinieri, e respirando a pieni polmoni l’aria sottile e fresca. Ammiriamo patii e giardini interni fioriti e curatissimi e ci soffermiamo a fare qualche foto alle, anche qui, innumerevoli chiese (qualcuna eretta dal sempre presente conte Ruggero). Arrivati in cima entriamo in un giardino a terrazze sulla cui sommità si erge, proprio in cima alla collina, il castello di Venere le cui torri candide poggiano le fondamenta ai bordi di una profonda scarpata e svettano nel cielo azzurro. Ai piedi del castello il belvedere è uno di quei spettacoli che non ti aspetti: sotto di noi, la Sicilia.

Lo sguardo abbraccia la costa da Custonaci a San Vito lo Capo, e la sensazione che si ha in una giornata così limpida e tersa, è quella di essere un marinaio sulla coffa di un alto, altissimo albero maestro. Da mozzare il fiato.

Restiamo così, rapiti dal panorama per una mezz’oretta, consumando il pranzo al sacco d’ordinanza: pane e salame.

Ridiscendendo notiamo come la Sicilia abbia il potere di riempirti gli occhi: ogni curva è una sorpresa, ogni strada imboccata ha qualche cosa da offrirti e da farti scoprire. Lo notiamo ulteriormente in questa stessa giornata quando, sbagliando strada, ci perdiamo nell’entroterra occidentale siculo, tra Segesta e Mazara. Imbocchiamo una via secondaria, probabilmente una strada provinciale: attorno a noi scorrono prima paesaggi aspri e collinosi, costellati da paesi che si aggrappano ai fianchi dei rilievi sorgendo da macchie boschive di un verde vivace e brillante; poi i declivi si fanno più dolci ma senza perdere la loro imponenza. Qui, a perdita d’occhio, si alternano immensi campi di ulivi, di vite e di grano. Mai, durante questo viaggio quasi sospeso nel tempo, incrociamo una macchina: solo qualche trattore guidato da un contadino dalla pelle scurita dal sole, ci fa capire che siamo ancora nel XXI secolo. Approssimandoci a Mazara le colline vanno digradando e, negli ultimi 10 chilometri prima di raggiungerla, veniamo accompagnati nel nostro viaggio da una selva di mulini per l’energia eolica. Il futuro, qui, tocca il passato e con lui si fonde.

Siamo di nuovo nella città che ci fa da base: alla pace della campagna sicula si sostituisce il caos della viabilità cittadina. Ma abbiamo riempito gli occhi fino quasi a saziarli…per oggi.

Poggioreale - ruderi

Poggioreale - ruderi

Il giorno successivo avremmo voluto dedicarlo al cazzeggio da spiaggia. Sperimentiamo la vicina spiaggia di Porto Palo di Menfi, invasa da surfers con l’aquilone e, come molte altre spiagge meridionali della Sicilia, dagli scarabei. Dopo un paio d’ore, però, un po’ perchè perseguitati da un fastidioso vento freddo, un po’ perchè annoiati, decidiamo di seguire il consiglio della nostra guida che segnala i “ruderi di Gibellina”, paese distrutto dal terribile terremoto del 1968.

Ci incamminiamo così verso la nostra nuova meta, percorrendo una cinquantina di chilometri tra colture di ulivi, vite, grano e pomodori, in un saliscendi di colline che si fanno sempre più aspre imponenti e rocciose.

Al posto di Gibellina già da lontano si scorge, sul fianco di una collina, un’imponente colata di cemento opera di Alberto Burri: occupa lo spazio che, prima del ‘968, vedeva sorgere il paese. E’ formata da imponenti basamenti di cemento, intercalati da stretti sentieri in salita: seguendoli si arriva in cima alla collina e con lo sguardo si abbraccia la valle del Belice, costellata da ruderi che, da allora, sono rimasti come subito dopo il terremoto, a testimonianza del dramma vissuto da quelle terre.

Dopo una breve sosta al monumento, risaliamo in macchina, seguendo la strada che serpeggia per la valle percorrendola lentamente, osservando gli scheletri delle case colpite dal sisma. Ad un certo punto notiamo un’indicazione: “ruderi di Poggioreale”. La guida non li cita ma decidiamo comunque di raggiungerli. E qui la sorpresa: parcheggiata la macchina in un ampio piazzale, ci troviamo di fronte ad un cancello; dietro di esso il paese, esattamente come doveva essere il giorno dopo il terremoto (eccezion fatta per la vegetazione che, negli anni, ha riconquistato i suoi spazi).

Oltrepassiamo il cancello in silenzio, gli occhi sgranati dallo stupore; percorriamo la via principale che taglia in due la cittadina fino alla piazza centrale. Attorno a noi abitazioni, chiese, la scuola con la sua biblioteca, il comune, piccole fabbriche con i macchinari ancora intatti, il pronto soccorso ed il teatro. Dove possibile entriamo a visitare gli ambienti un tempo teatro di storie, passioni, rancori, amore ed amicizie. Dentro la scuola troviamo ancora documenti contabili e liste di nomi. Nella piazza centrale, sulla sinistra, una lunga scalinata conduce a quella che doveva essere la chiesa votata al santo protettore del paese: rimane in piedi il campanile e, tra i detriti, lo scheletro di qualche colonna e di qualche arco sui quali si scorge ancora il colore di un affresco. Sotto, il paese, con i suoi tetti rossi sfondati, i suoi palazzi sventrati; ed il silenzio, che domina la valle.

Passa un ora, due ore, in cui ci sentiamo sospesi nel tempo, quasi prigionieri di una fotografia ingiallita. Notiamo come un posto del genere dovrebbe essere visitato obbligatoriamente da politici e palazzinari; da tutta la gente responsabile di costruire con la sabbia su zone terremotate.

Ci allontaniamo stupiti e sgomenti, imboccando una strada a caso tra le colline: non sappiamo più dove siamo quando incrociamo un pastore con il suo gregge, il volto scavato dalle rughe e la pelle scurita dal sole, a cui chiediamo informazioni. Gentilissimo e sorridente ci dà le informazioni di cui abbiamo bisogno. Poi iniziamo a parlare, gli raccontiamo della nostra visita ai ruderi e lui, con gli occhi velati al ricordo di quel giorno, il giorno del terremoto a Poggioreale, ci racconta la sua esperienza; era una domenica, dopo la messa ci si era messi a tavola quando arrivò la prima scossa. Tutti gli abitanti del paese scapparono ed alla notte, il paese crollò rimanendo come lo avevamo visto noi. Ancora un brivido a quel racconto ed un saluto caloroso per tornare sulla strada verso quella che, ancora per una decina di giorni, chiameremo  casa.

Mazara del Vallo e Selinunte

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Selinunte: cinquino siculo

 

Dopo il nostro accomodamento nell’ampio appartamento che, a suo tempo, ospitava una numerosissima famiglia con più di dieci componenti, decidiamo di scendere a piedi nel vicino centro di Mazara per esplorarne strade e vicoli, guida alla mano, per coglierne la storia ed intuirne gli aspetti sociali ed umani che la caratterizzano.

Con circa 50000 abitanti (di cui 10000 tunisini), Mazara si trova ad una settantina di chilometri a sud-est di Trapani, è divisa in due dal fiume Mazaro e si affaccia sul Mediterraneo che, idealmente, la congiunge all’Africa. Il centro si trova sulla sponda sinistra del fiume, la cui foce è anche porto per un gran numero di barche da pesca, ed è formato da un agglomerato di case basse dall’aspetto trasandato, vicoli stretti e piccole ed eleganti chiese, spesso costruite dai Normanni su moschee, ereditate dalla dominazione araba. Particolare il quartiere tunisino, dall’aspetto trasandato e decadente, con case basse e quadrate, spesso diroccate, e con piccoli e ben curati giardini interni.

In tutta la città aleggia un odore di pesce misto a quello del catrame e del sale. In molti punti, poi, l’odore di immondizia prevale su tutto: è quasi impossibile trovare un bottino e gli abitanti hanno l’abitudine di abbandonare i rifiuti lungo le strade o appesi a ganci che penzolano dai balconi.

Durante la nostra permanenza, la città è in piena campagna elettorale: ai primi di giugno si voterà per il sindaco. C’è la curiosa usanza dei vari comitati che sostengono i diversi candidati, di affittare delle stanze lungo le vie principali della città dove i concorrenti alle cariche comunali hanno l’abitudine, nelle fresche e ventilate serate mazaresi, di sostare per incontrare i cittadini. Rientrando da una delle nostre uscite fuoriporta poi, ci è capitato di avere un comizio di un candidato sindaco proprio sotto il balcone di casa.

Per curiosità abbiamo sfogliato più di qualche programma elettorale: vicino alla solita aria fritta tipica della politica italiana, non siamo riusciti a trovare nessun accenno al problema dell’immondizia. Chiederemo…sperando di non imbatterci in qualche lupara 😛

Nei primi giorni del nostro soggiorno siciliano, il tempo si è mantenuto stabilmente variabile: questo non ci ha impedito di visitare più di qualche spiaggia e di concederci qualche nuotata tonificante. La spiaggia di grossolana sabbia bianca di Mazara, la Tonnarella, a fine maggio si presentava piuttosto sporca, con grossi cumuli di alghe e con i pochi stabilimenti ancora in preparazione. Percorrendo la dissestata strada costiera ci imbattiamo poi, in una delle leggendarie “cattedrali nel deserto”: una strada sopraelevata che, dopo aver serpeggiato chissà per quanti chilometri nell’entroterra, si interrompe bruscamente proprio davanti al mare. Innumerevoli saranno, nel corso del nostro viaggio, le testimonianze dell’abusivismo selvaggio e dello spreco più impressionante, con relitti di strade ed abitazioni a deturpare anche splendidi scorci o incantevoli spiagge di sabbia bianca.

La storia della Sicilia, è storia che parte da lontano, da quella cultura greca che tanto ha dato all’occidente e che qui, per secoli, è stata protagonista.

Prima meta culturale del nostro viaggio sarà il sito archeologico di Selinunte che fu una delle principali città greche. Prima di visitare le due colline che ospitavano l’importante città ci rechiamo, percorrendo la splendida strada costiera che da Mazara corre verso est per poi tuffarsi nell’interno, tra colline coltivate a ulivi e vite, alle “cave di Cusa”. Qui gli operai e gli architetti ellenici, ricavavano il tufo con il quale costruire case e templi della città fortificata. Arriviamo con il sole che ha da un po’ superato il suo zenit e ci tuffiamo nell’atmosfera magica del posto: tra l’erba dorata, ulivi e querce secolari, serpeggia il sentiero che corre sotto la cava. Sparse nell’ampio spazio sottostante il costone di roccia, imponenti porzioni di colonne e di capitelli giacciono abbandonate, come se il giorno prima, chi le stava modellando, avesse interrotto il suo lavoro.

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Selinunte - tempio di Era: scorcio

La città di Selinunte, che vide i suoi massimi fulgori intorno al VII secolo a.C. si estende su due colline attigue. Sulla prima si può ammirare uno splendido tempio (il tempio di Era) le cui possenti colonne color ambra, dominano la valle sottostante mentre diversi ruderi di quello che doveva essere il più grande tempio dell’antichità (visto che, si stima, fosse tre volte più grande del Partenone), giacciono ammassati a fianco di questo splendido manufatto, ricostruito negli anni ’60 del secolo scorso. Visitati questi resti, ci si incammina per quasi un chilometro scendendo lungo il fianco della prima collina per poi risalire sulla seconda, per raggiungere l’acropoli che già da lontano si rivela in tutta la sua imponenza. Le possenti mura fanno da contenitore ai resti di innumerevoli abitazioni, templi (tutti contrassegnati da lettere dell’alfabeto, visto che il tempo ha cancellato il ricordo degli dei a cui erano dedicati), e a tutto quello che poteva esistere in una città che, si stima, raggiungeva gli 80000 abitanti.

Una volta fatto il giro delle mura ci accorgiamo che, scendendo lungo la parete occidentale della seconda collina, si arriva ad una splendida, estesa spiaggia di sabbia rossa completamente deserta. La discesa non è difficile ma un vicino fiume forma una specie di laguna e, per raggiungere la spiaggia sul lato del mare, dobbiamo guadare un piccolo specchio d’acqua per raggiungere un istmo della costa sabbiosa. In questa impresa, la mia compagna si avvicina un po’ troppo al bordo che costeggia la laguna, affondando completamente una gamba nelle sabbie mobili. Niente di grave, una bella risata e siamo già stesi sulla sabbia di questa splendida spiaggia, nudi, a pigliare il sole dopo un bagno rinfrescante.

Con calma così e ripercorrendo in senso inverso la strada tra le rovine rientriamo, già progettando le prossime tappe del nostro viaggio.

Nota: l’entrata nel sito archeologico costa sei euro. Durante la nostra camminata ci rendiamo conto che, almeno per la prima collina, c’è la possibilità di entrare gratuitamente. Sulla strada che porta alla seconda collina, si apre un sentiero, con una zona adibita a pic-nic incustodita. All’entrata della seconda collina, nessuno ci ha chiesto il biglietto, ma questo deve dipendere dalla stagione e dalla bassa affluenza. Teoricamente, comunque, l’entrata di straforo si potrebbe fare dalla spiaggia segnalata poco più sopra anche se non so da dove raggiungerla se non dal sito stesso.

 

Mazara del Vallo

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Cattedrale di Mazara: il conte Ruggero calpesta un saraceno con il suo cavallo

Dopo un breve volo da Bologna con quelli della Ryanair, buchiamo le nubi che fanno da tetto a Trapani e, non senza qualche scossone, atterriamo all’aeroporto di Birgi.

Per me, è la prima volta nel mezzogiorno profondo; non così per la mia compagna di viaggio, e di vita, che qui ha più di qualche legame familiare. Ci sediamo all’esterno dell’aeroporto, in attesa dello “zio Lusciano” che ci accompagnerà nella natia Mazara del Vallo, ad una settantina di chilometri da Trapani, dove ci accomoderemo nella casa della sua defunta madre e dove stabiliremo il nostro campo base per esplorare l’isola del sole.

Lo zio Luciano arriva accompagnato da un amico, con cui scambierà battute in siciliano stretto per tutto il viaggio. Ci introduce un po’ quello che ci aspetterà sfatando alcuni miti per chi, polentone come me, si porta impressi nell’immaginario. Il primo a cadere è quello dei conducenti di motorini senza casco: oramai da un anno lo portano (quasi) tutti; questo perché, qualche tempo prima, le istituzioni hanno dato una stretta all’usanza di non indossarlo, rottamando forzatamente i mezzi di coloro che venivano sorpresi senza. Altro mito che cade è quello del rigoglio delle palme: oramai da un anno e mezzo è sbarcato dall’Egitto un insetto che le sta sterminando: ci accorgeremo infatti che circa l’80 per cento delle palme è stato abbattuto e, quelle che restano, non godono certo di buona salute. Le foglie bruciate di queste splendide piante testimoniano una lenta ma inesorabile decadenza della specie: scopriremo infatti che l’allarme è mondiale e che il rischio di estinzione di questo splendido albero, è dietro l’angolo.

La sensazione nel percorrere le strade della Sicilia sud-occidentale costiera è quella di essere più vicini di quello che effettivamente si è, all’Africa: case basse, con mattoni in terracotta, intonaci cadenti e mura screpolate, strade polverose ed asfalto irregolare mangiato dal sole cocente ci scorrono accanto e sotto le ruote.In meno di un ora siamo a Mazara, il nostro cicerone ci fornisce una scassata auto a noleggio e ci indica la strada per quella che, per una quindicina di giorni, sarà la nostra casa. La raggiungiamo non senza difficoltà, girando per strade a fondo cieco e vicoli che portano nel nulla, adeguandoci immediatamente al particolare modo che qui hanno di guidare (dettato anche dalla scarsa presenza di segnaletica), dotandoci di una buona dose di arroganza automobilistica e facendo ampio uso del clacson, strumento indispensabile per avvisare che si sta per imboccare un incrocio con tutta l’intenzione di impegnarlo per primi.

Alla fine ci piazziamo in via Bixio, in quello che sarà il nostro campo base da cui pianificare il viaggio e da cui partire alla scoperta di questo lembo d’Italia adagiato nel mediterraneo, con il suo carico di storia millenaria e travagliata.


enea papà

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