Archivio per Giugno 2009

Avete voluto la bicicletta?

monociclo a motore

monociclo a motore

Villa Carsia, nel cuore dell’altipiano triestino:
C’è un gruppo di operatori che, ardimentosi nel cuore e nello spirito, dimenticati da tutto e da tutti,  affrontano ogni giorno, one’o'one, utenti psichiatrici piuttosto impegnativi.

Succede allora che qualcuno (del servizio) si rende conto, dopo pronta segnalazione (degli operatori) che uno di loro (utenti), potrebbe usare una bici.

Succede che gliela portano, all’utente, fiammeggiante, 200 marce, leggerissima, con luci e stop, freno a disco e campanellino che fa “dling” ma anche “dlong”.

Succede che anche l’operatore, che dovrebbe accompagnare in queste entusiasmanti sgroppate carsoline l’utente, abbia bisogno di una bici.

Succede che gliela portano: senza freni, ruote bucate, catena ruggine.

E’ un po’ la metafora del nostro lavoro…

Hai voluto la bici operatore??? Riparatela!!!

Uno!

unoCompie oggi un anno “zaku”; molte cose sono cambiate da allora, ma non la voglia di esprimere e condividere attraverso questo strumento sentimenti, emozioni e conoscenze.

Grazie a tutti gli internauti che hanno voluto visitarlo.

Per festeggiarlo apro una nuova pagina con foto scelte dei miei innumerevoli viaggi, cominciando dall’ultimo.

I nazisti dell’illinois

Giro Giro Rondo (di Stefano Benni)

Un po’ per chiudere gli occhi su altri disastri, un po’ perché la paura è l’unico collante politico del paese, in Italia è nato un irrefrenabile bisogno di volontari dell’ordine.
È un’esigenza comprensibile e brillante ma non deve essere privilegio di pochi. Nel senso che chiunque provi paura nel confronto di altre comunità, gruppi etnici, civiltà aliene, dirimpettai e condomini ostili, ha il diritto di formare la sua ronda, che chiameremo Rog, ronda governativa.
Personalmente, però, io ho paura di questo leader paranoico, depresso e aggressivo, e di coloro che sono contagiati dalla sua paranoia e aggressività.
Vivendo in stato di emergenza, non mi chiedo se siano la maggioranza o la minoranza dei suoi elettori, come nessuno si chiede più se i delinquenti siano la maggioranza dei romeni, dei meridionali o dei fruttivendoli pakistani.
Con un gruppo di amici istituirò quindi da stasera le Rab, ronde antiberlusconi, che passeggeranno per la città impendendo ai silviodipendenti di ripetere i reati del loro capo, anche per proteggerli da se stessi, non godendo essi di immunità parlamentare, prescrizioni o leggi ad personam.
Ovviamente prevedo che la creazione delle Rab non piacerà al paranoico e ai suoi fedeli, che vedranno nella Rab la continuazione dello stalinismo, della lotta armata, delle guardie rosse, dei marxisti-eutanasisti e di altri pericoli per la democrazia. Sarà per loro naturale e legale creare le Rarab, ronde anti-ronde-rab, che pattuglieranno il territorio impedendo alle Rab di compiere eccessi contro i poveri berlusconiani, singoli o uniti in Rog.
A questo punto nel Pd non potranno stare con le mani in mano. Essi avranno paura sia della possibile squadrismo delle Rog e delle Rarab che dell’estremismo infantile e vetero-populista delle Rab. Essendo in crisi e avendo bisogno di recuperare la fiducia dei cittadini, essi formeranno una capillare rete di Res, ronde equidistanti e solidali, che dovranno impedire gli eccessi delle Rog, delle Rab e delle Rarab.
Ma la Lega non si fiderà certo di una situazione in cui le Rog e le Rarab fronteggiano in pari numero le Rab e le Res. Dovrà quindi mobilitare i suoi iscritti formando le Rov, ronde verdi, le Rap, ronde padane e le Rair, ronde anti inciucio tra ronde avversarie. Solo la Lega, infatti può garantire una vera ronda genuina e non centralista.
Ma le Rov e le Rap rischiano di dare un immagine troppo rozza del paese, magari esibendo ineleganti randelli e minacciose uniformi. Quindi ecco Casini formare le Rnap, Ronde Nervi a Posto, formate da cittadini eleganti e pronti all’evangelizzazione e alla catechesi più che alle legnate. E sicuramente uomini di grande sensibilità estetica e sociale come Valentino e Armani creeranno le Rav, ronde anti volgarità, formate da modelli e modelle che sfileranno in ondeggianti terzetti, esportando lo stile della moda italiana e non solo torvo militarismo.
A questo punto la rondizzazione dilagherà, ed ecco spuntare le Raf, ronde antifarabutti di Mastella, che passeggeranno zig-zagando sulle strade da destra e sinistra, e le Rarf di Brunetta, ronde anti-ronde-fannullone, che dovranno vigilare che le ronde succitate passeggino veramente giorno e notte e non stiano in casa a oziare
Abbiamo già davanti agli occhi un paese dove metà della popolazione è formata da semplici cittadini e l’altra metà da ronde che controllano i cittadini, le altre ronde e le ronde controllanti cittadini e ronde.
Su questo lo zoccolo duro della sinistra non dovrebbe latitare. Mi auguro quindi che nascano le Rml, ronde marcianti-leniniste, le Rsc, ronde sinistra critica, le Rrc, ronde rifondazione comunista e le Rclrc, ronde di controllo della linea politica delle ronde comuniste. Mi auguro un fertile fiorire di ronde rosse, anche perché dall’altra parte avremo le Rst, ronde storaciane, le ronde segrete Rp2, (che passeggeranno solo nelle catacombe) e ovviamente le Rah, ronde amici di Hitler, evento per cui l’Italia è già matura.
Meno pericolose ma necessarie le Rpc, ronde proprietari cani che dovranno unire i loro cani in triplice muta, per difenderli dai rottweiler delle ronde, e le fondamentali Rrr, ronde regola-ronde, atte a dirigere il traffico intensissimo delle ronde, gli orari di passeggio e soprattutto eventuali diverbi per precedenze, stazionamenti e transito delle migliaia di rondisti rondanti.
Su tutto questo dovranno ovviamente vigilare le Rcvr, cioè le ronde della commissione vigilanza sulla ronde, che dovranno constatare le par condicio del passeggio, e soprattutto le Rair, ronde per l’adempimento imposte sulle ronde, le quali ronde dovranno avere tutte regolare licenza, nonché pagare una tassa sul pattugliamento e forse un tributo, detto baton-tax di cinquanta euro a manganellata (ma su questo la maggioranza è divisa ).
Alla fine di questo necessario processo di democratizzazione, calcoliamo che in ogni città passeggerà, in formazione di ronda, picchetto o drappello, il novanta per cento della popolazione italiana maschia adulta, più diverse ronde femminili e ronde di bambini divise in ronde juniores, allievi e pulcini.
Sarà quindi raro, anzi pericoloso e sospetto, vedere gente che cammina da sola, coppiette che si baciano, vecchi pensionati isolati, gruppi di giapponesi non divisi per tre. Senza contare che i camorristi e mafiosi più astuti adotteranno subito lo stile ronda, formando eleganti manipoli e distribuendo avvertimenti, sorrisi e droga.
Ci aspetta quindi un destino inevitabile: o ci rondiamo, o non usciamo più di casa.
Ma esiste ancora, spero, una minoranza di persone convinte che l’Italia sia un paese pieno di malessere, ma non (come i suoi leader sognano) una sceneggiatura western, o il luna-park di Rambo o un talk-show .
Cittadini che si chiedono, ad esempio, perché stanno pagando le tasse per la polizia e i carabinieri. E soprattutto credono ancora che si possa passeggiare per strada e vivere senza militarizzarsi, aiutando chi è in difficoltà e prendendo posizione contro i pettoruti e i prepotenti.
Ahimè costoro sono sempre meno e per loro è pronta la Rar, ronda arruolatori nelle ronde.

Se questi cittadini e lettori sono davvero interessati a vivere senza considerare ognuno un nemico, sono pregati di mettersi in contatto con la sede della Rqsr, ronda di quelli senza ronda, che li unirà in triplici drappelli . Le spese di manutenzione delle armi e il lavaggio della divisa sono a carico del contribuente.

Pubblicato sul manifesto del 24 febbraio.

Cocài

BIRDS_IS_COMINGAll’alba io e la mia compagna arriviamo a Trieste dal nostro viaggio in Sicilia. Ci accolgono i nostri 4 gatti, nutriti dal parentado nei giorni di assenza.

Abitudine dei due maschi è quella di appollaiarsi all’esterno della finestra del soggiorno, al quarto piano di una strada triestina piuttosto trafficata.

Sono le cinque , non c’è traffico e  l’aria del mattino è limpida e tersa.

Scorgo un pallido scorcio di cielo azzurro, spruzzato da acquerelli color vermiglio, al di là e sopra il tetto del palazzone di fronte: il tutto fa presagire l’arrivo di una giornata calda e placida di un mercoledì di giugno inoltrato.

Ad un tratto, attraverso i vetri delle finestre, noto che sul cornicione adiacente si staglia la sagoma elegante di un grosso gabbiano.

E’ un attimo:

stende le enormi ali offrendole alla corrente; si tuffa e percorre la ventina di metri che separano il bordo da cui si è lanciato, dalla finestra di casa con i mici che, solo quando arriva a pochi metri da loro, si accorgono della presenza.

Il gabbiano si produce in una cabrata stretta e precisa, scomparendo sulla destra. Uno dei gatti, atterrito, rientra. L’altro segue con lo sguardo la traiettoria del bestione alato. E’ un attimo ed il fulmine bianco, ripassa dopo aver compiuto un’altra stretta spirale, a meno di mezzo metro dal secondo gatto. Che rientra con la coda tra le gambe.

Il tipo vira e si appollaia nuovamente dove è partito. Appena uno dei gatti mette di nuovo fuori timidamente il naso, riparte.

A questo punto, mi faccio vedere. Lui frena (letteralmente) nell’aria a pochi metri da me e scompare nel cielo.

Chiudo le finestre e vado a dormire. Dopo la pigra sveglia si esce per bighellonare per la città. Al rientro, nel tardo pomeriggio, apro la finestra del soggiorno.

E lui, è di nuovo lì.

Erice e le città fantasma

Erice - veduta

Erice - veduta

Alle spalle della vivace città di Trapani, si erge una collina rocciosa che raggiunge e supera quota 700m. La stretta strada che sale ripida per una dozzina di chilometri, mette a dura prova il motore dell’opel corsa nera dal tetto bruciacchiato che abbiamo in dotazione. Probabilmente i 160 mila chilometri che leggiamo sul contachilometri, si fanno sentire; ma proprio quando la lancetta del termostato sta per toccare la “zona rossa” del quadrante, arriviamo alle porte di Erice.

Il borgo medioevale (ma già abitato nell’antichità) giace placido su questa aspra collina. In questi giorni di fine maggio il turismo è praticamente assente, e bighellonare a piedi scalzi per le irte viuzze lastricate ora con  acciottolato irregolare ricavato da pietre arrotondate ora da lunghe pietre piatte e ciottoli, è qualche cosa di speciale.

Saliamo così, un po’ alla cieca, osservando divertiti le vivaci targhette in porcellana decorata  che si trovano su ogni portone, compreso quello della stazione dei carabinieri, e respirando a pieni polmoni l’aria sottile e fresca. Ammiriamo patii e giardini interni fioriti e curatissimi e ci soffermiamo a fare qualche foto alle, anche qui, innumerevoli chiese (qualcuna eretta dal sempre presente conte Ruggero). Arrivati in cima entriamo in un giardino a terrazze sulla cui sommità si erge, proprio in cima alla collina, il castello di Venere le cui torri candide poggiano le fondamenta ai bordi di una profonda scarpata e svettano nel cielo azzurro. Ai piedi del castello il belvedere è uno di quei spettacoli che non ti aspetti: sotto di noi, la Sicilia.

Lo sguardo abbraccia la costa da Custonaci a San Vito lo Capo, e la sensazione che si ha in una giornata così limpida e tersa, è quella di essere un marinaio sulla coffa di un alto, altissimo albero maestro. Da mozzare il fiato.

Restiamo così, rapiti dal panorama per una mezz’oretta, consumando il pranzo al sacco d’ordinanza: pane e salame.

Ridiscendendo notiamo come la Sicilia abbia il potere di riempirti gli occhi: ogni curva è una sorpresa, ogni strada imboccata ha qualche cosa da offrirti e da farti scoprire. Lo notiamo ulteriormente in questa stessa giornata quando, sbagliando strada, ci perdiamo nell’entroterra occidentale siculo, tra Segesta e Mazara. Imbocchiamo una via secondaria, probabilmente una strada provinciale: attorno a noi scorrono prima paesaggi aspri e collinosi, costellati da paesi che si aggrappano ai fianchi dei rilievi sorgendo da macchie boschive di un verde vivace e brillante; poi i declivi si fanno più dolci ma senza perdere la loro imponenza. Qui, a perdita d’occhio, si alternano immensi campi di ulivi, di vite e di grano. Mai, durante questo viaggio quasi sospeso nel tempo, incrociamo una macchina: solo qualche trattore guidato da un contadino dalla pelle scurita dal sole, ci fa capire che siamo ancora nel XXI secolo. Approssimandoci a Mazara le colline vanno digradando e, negli ultimi 10 chilometri prima di raggiungerla, veniamo accompagnati nel nostro viaggio da una selva di mulini per l’energia eolica. Il futuro, qui, tocca il passato e con lui si fonde.

Siamo di nuovo nella città che ci fa da base: alla pace della campagna sicula si sostituisce il caos della viabilità cittadina. Ma abbiamo riempito gli occhi fino quasi a saziarli…per oggi.

Poggioreale - ruderi

Poggioreale - ruderi

Il giorno successivo avremmo voluto dedicarlo al cazzeggio da spiaggia. Sperimentiamo la vicina spiaggia di Porto Palo di Menfi, invasa da surfers con l’aquilone e, come molte altre spiagge meridionali della Sicilia, dagli scarabei. Dopo un paio d’ore, però, un po’ perchè perseguitati da un fastidioso vento freddo, un po’ perchè annoiati, decidiamo di seguire il consiglio della nostra guida che segnala i “ruderi di Gibellina”, paese distrutto dal terribile terremoto del 1968.

Ci incamminiamo così verso la nostra nuova meta, percorrendo una cinquantina di chilometri tra colture di ulivi, vite, grano e pomodori, in un saliscendi di colline che si fanno sempre più aspre imponenti e rocciose.

Al posto di Gibellina già da lontano si scorge, sul fianco di una collina, un’imponente colata di cemento opera di Alberto Burri: occupa lo spazio che, prima del ‘968, vedeva sorgere il paese. E’ formata da imponenti basamenti di cemento, intercalati da stretti sentieri in salita: seguendoli si arriva in cima alla collina e con lo sguardo si abbraccia la valle del Belice, costellata da ruderi che, da allora, sono rimasti come subito dopo il terremoto, a testimonianza del dramma vissuto da quelle terre.

Dopo una breve sosta al monumento, risaliamo in macchina, seguendo la strada che serpeggia per la valle percorrendola lentamente, osservando gli scheletri delle case colpite dal sisma. Ad un certo punto notiamo un’indicazione: “ruderi di Poggioreale”. La guida non li cita ma decidiamo comunque di raggiungerli. E qui la sorpresa: parcheggiata la macchina in un ampio piazzale, ci troviamo di fronte ad un cancello; dietro di esso il paese, esattamente come doveva essere il giorno dopo il terremoto (eccezion fatta per la vegetazione che, negli anni, ha riconquistato i suoi spazi).

Oltrepassiamo il cancello in silenzio, gli occhi sgranati dallo stupore; percorriamo la via principale che taglia in due la cittadina fino alla piazza centrale. Attorno a noi abitazioni, chiese, la scuola con la sua biblioteca, il comune, piccole fabbriche con i macchinari ancora intatti, il pronto soccorso ed il teatro. Dove possibile entriamo a visitare gli ambienti un tempo teatro di storie, passioni, rancori, amore ed amicizie. Dentro la scuola troviamo ancora documenti contabili e liste di nomi. Nella piazza centrale, sulla sinistra, una lunga scalinata conduce a quella che doveva essere la chiesa votata al santo protettore del paese: rimane in piedi il campanile e, tra i detriti, lo scheletro di qualche colonna e di qualche arco sui quali si scorge ancora il colore di un affresco. Sotto, il paese, con i suoi tetti rossi sfondati, i suoi palazzi sventrati; ed il silenzio, che domina la valle.

Passa un ora, due ore, in cui ci sentiamo sospesi nel tempo, quasi prigionieri di una fotografia ingiallita. Notiamo come un posto del genere dovrebbe essere visitato obbligatoriamente da politici e palazzinari; da tutta la gente responsabile di costruire con la sabbia su zone terremotate.

Ci allontaniamo stupiti e sgomenti, imboccando una strada a caso tra le colline: non sappiamo più dove siamo quando incrociamo un pastore con il suo gregge, il volto scavato dalle rughe e la pelle scurita dal sole, a cui chiediamo informazioni. Gentilissimo e sorridente ci dà le informazioni di cui abbiamo bisogno. Poi iniziamo a parlare, gli raccontiamo della nostra visita ai ruderi e lui, con gli occhi velati al ricordo di quel giorno, il giorno del terremoto a Poggioreale, ci racconta la sua esperienza; era una domenica, dopo la messa ci si era messi a tavola quando arrivò la prima scossa. Tutti gli abitanti del paese scapparono ed alla notte, il paese crollò rimanendo come lo avevamo visto noi. Ancora un brivido a quel racconto ed un saluto caloroso per tornare sulla strada verso quella che, ancora per una decina di giorni, chiameremo  casa.

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